01 Ottobre 2017 - Liturgia Anno A: XXVI Domenica del Tempo ordinario


LITURGIA DELLA PAROLA E COMMENTO


LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura Ez 18, 25-28

Se il malvagio si converte dalla sua malvagità, egli fa vivere se stesso.
Dal libro del profeta Ezechiele

Così dice il Signore:
«Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso.
E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».


Salmo Responsoriale Dal Salmo 23

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza;
io spero in te tutto il giorno.
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza
e le mie ribellioni, non li ricordare:
ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.


Seconda Lettura Fil 2, 1-11 (Forma breve Fil 2, 1-5)

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi

[ Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù ]:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.


Vangelo Mt 21, 28-32

Pentitosi, andò. I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo, disse Gesù ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L’ultimo».
E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
E` venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli».


COMMENTO


    Una croce sospesa tra cielo e terra. Ma non è un semplice pezzo di legno. C’è un uomo appeso a essa. Ma quell’uomo non è un uomo qualsiasi, è il Figlio di Dio, il quale “non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. … Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. Così scrive S. Paolo ai Filippesi (seconda lettura), per esortarli ad avere in loro “gli stessi sentimenti di Cristo”, il quale non cercò “l’interesse proprio”, ma “quello degli altri”.
    Ma… chi sono “gli altri”? E qual è il loro interesse? “Gli altri”: tutti gli uomini e tutte le donne creati da Dio dall’inizio sino alla fine dei tempi. E il loro “interesse” (cioè, il loro bene) fondamentale, il più importante secondo il cuore di Dio: la salvezza eterna.
    L’essere umano: questa creatura così preziosa agli occhi del Creatore, ma anche così presuntuosa e ribelle da desiderare, nella sua orgogliosa libertà, di poter diventare come Dio, un folle desiderio che l’aveva condotta a dire “Addio” al proprio Creatore nell’illusione di potersi realizzare pienamente stando separata da Lui. Ma un ruscello, staccandosi dalla propria sorgente, è destinato a seccarsi e a morire. Ed è stata questa l’esperienza dell’essere umano staccatosi dalla propria Sorgente. Dio è Perfezione e Armonia, è Verità e Vita. Allontanandosi da Lui, l’essere umano ha fatto la tragica esperienza della mancanza di ciò che è Dio; si è trovato immerso nello squilibrio totale (a livello fisico, psichico, spirituale) e nel buio più profondo riguardante la verità su Dio, su se stesso e sull’universo, sperimentando anche la tremenda realtà della mancanza della vita, cioè la morte. Ma Dio è amore e misericordia. Non ha abbandonato questa sua creatura tanto amata, pur se ribelle. Ed ecco un progetto di salvezza che solo un amore infinito e gratuito poteva concepire: il Creatore fa prendere a suo Figlio la natura di questa sua creatura, perché l’essere umano non solo potesse ricevere il perdono per i suoi peccati, ma addirittura potesse, con il battesimo, essere “inserito” in Cristo e ricevere, come tralcio unito alla vite, la stessa vita divina. L’essere umano non solo perdonato, quindi, ma anche “figlio”, che il Padre desidera avere con Sé per l’eternità. Poteva Dio manifestare più di così il suo infinito amore misericordioso?
    Di questo Dio, il cui “amore è da sempre” (salmo responsoriale), i capi dei sacerdoti, gli anziani del popolo , gli scribi e i farisei avevano compreso ben poco. Essi, solo perché conoscevano bene la Legge, pensavano che ciò potesse essere ritenuto, di per se stesso, un “Sì” a Dio e che, quindi, desse “diritto” alla salvezza, “diritto” che, secondo loro, non poteva essere concesso da Dio ai non appartenenti al popolo ebraico e, ancor meno, ai peccatori. Ma dov’era il loro cuore di pii osservanti della Legge? Gesù rimprovera la loro presunzione e il loro orgoglio. Essi, certo, conoscono la Legge, conoscono, quindi, quelli che sono i desideri di Dio; i loro gesti esteriori sembrano essere una perfetta esecuzione della volontà di Dio, ma, di fatto, il loro cuore è lontano da Lui e le loro opere servono soltanto a farsi vedere e ammirare dagli uomini e a soddisfare, così, la loro vanagloria.
    “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” dice Gesù ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo che lo stanno ascoltando. Possiamo immaginare quale livore potesse esserci dentro di loro nei confronti di Gesù, che li stava mettendo di fronte alla verità del loro essere, di fronte all’ipocrisia della loro religiosità solo formale.
    I pubblicani e le prostitute non passano, certo, avanti nel regno di Dio per il fatto di essere “pubblicani e prostitute”, ma perché anch’ essi, considerati peccatori pubblici nel mondo ebraico e, quindi, già definitivamente condannati senza possibilità di scampo, possono, invece, ricevere il perdono e la salvezza, se, riconoscendo con umiltà la loro vita sbagliata, chiedono perdono a Dio dei loro peccati e decidono fermamente di cambiare vita, di ricominciare una nuova esistenza sotto lo sguardo di Dio, seguendo le sue vie. Non vi è alcun peccato che la misericordia di Dio non possa perdonare. Anche coloro che commettono crimini orrendi sono già stati perdonati dal Padre attraverso quella preghiera che suo Figlio Gesù gli ha rivolto sulla croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Una sola parola il Padre richiede da parte del peccatore: “Perdonami” e il perdono è già lì, pronto a far riunire quel ruscello inaridito alla sua Sorgente. E la vita rifiorisce ancora una volta!

24 Settembre 2017 - Liturgia Anno A: XXV Domenica del Tempo ordinario


LITURGIA DELLA PAROLA E COMMENTO


LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura Is 55, 6-9

I miei pensieri non sono i vostri pensieri.
Dal libro del profeta Isaia

Cercate il Signore, mentre si fa trovare,
invocatelo, mentre è vicino.
L’empio abbandoni la sua via
e l’uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.
Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.


Salmo Responsoriale Dal Salmo 144

Il Signore è vicino a chi lo invoca.

Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode;
senza fine è la sua grandezza.
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Giusto è il Signore in tutte le sue vie
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,
a quanti lo invocano con sincerità.


Seconda Lettura Fil 1,20c-24.27a

_Per me vivere è Cristo
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.
Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.
Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.
Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.


Vangelo Mt 20, 1-16

Sei invidioso perché io sono buono?
Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».


COMMENTO


    “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16). In queste splendide parole dette da Gesù a Nicodemo possiamo trovare la chiave di lettura del Vangelo odierno; esse, infatti, ci introducono nel cuore stesso di Dio e ci fanno comprendere qual è il desiderio più grande del Padre riguardo all’essere umano. Gesù ci presenta l’infinito, incredibile amore di questo Padre celeste, che non esita a dare, cioè a sacrificare, suo Figlio, per donare la salvezza, cioè la stessa vita divina e l’eternità, a ogni persona che Egli crea. Questo è il progetto del cuore di Dio, questo il suo unico desiderio, da cui scaturisce ogni sua azione a favore dell’umanità.
    Operai che il padrone di una vigna assume in diverse ore della giornata per lavorare nella sua vigna. Alla fine di una giornata di fatica, ecco la ricompensa per ciascuno di loro. La giustizia secondo i criteri umani vorrebbe che coloro che hanno lavorato e faticato di più avessero una paga maggiore di coloro che hanno lavorato e faticato di meno. Sarebbero, quindi, più che legittime le rimostranze degli operai della prima ora, che si vedono pagati esattamente come gli operai dell’ultima ora; e, quindi, sarebbe addirittura ingiusto, oltre alla paga, anche il rimprovero piuttosto aspro, con cui il padrone della vigna risponde alle rimostranze degli operai della prima ora; li taccia, infatti, di essere invidiosi della sua bontà. Giustizia secondo gli uomini. E la giustizia secondo Dio? E’ nella prima lettura che troviamo la risposta a tale domanda. Dice Dio attraverso il profeta Isaia: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. … Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. E’ tutto qui il “segreto” per comprendere profondamente il modo di agire di quel padrone della vigna, che altri non è se non Dio stesso.
    Qual è, allora, il pensiero di Dio? Che cosa determina il suo modo di agire?
    “Dio ha tanto amato il mondo…”. E’ l’amore l’unica molla dell’agire di Dio. “Dio è amore”; così l’apostolo Giovanni definisce Dio (1Gv 4, 8). E, se l’essenza di Dio è l’amore, Egli non può fare altro che amare, non può agire se non con e per amore. Se soltanto fossimo veramente consapevoli e convinti di questo! Il cuore non tremerebbe di fronte a nulla.
    Dio ha creato l’essere umano per amore e non si è arreso nemmeno di fronte alla mancanza di riconoscenza e d’amore di questa sua creatura. Quando l’essere umano, orgogliosamente, non ha voluto riconoscere la sua condizione di creatura e ha desiderato diventare Dio, troncando, quindi, il suo rapporto con Colui che l’aveva creato, questo Dio Creatore l’ha voluto riattirare a Sé a costo della vita del suo Figlio Unigenito innocente. Dov‘è la logica, secondo i criteri umani, in questa “follia” d’amore di Dio per l’essere umano? Veramente i suoi pensieri non sono i nostri pensieri e le sue vie non sono le nostre vie!
    Un unico desiderio occupa il cuore di Dio: che ogni persona che Egli ha creato possa stare eternamente con Lui, occupando quel posto preparatole da sempre alla tavola imbandita del Paradiso.
    L’eternità con Lui: ecco la “ricompensa” preparata da Dio per tutti gli uomini. E non ha importanza se a questa “ricompensa” una persona tende fin dalla sua giovinezza oppure se alla conoscenza e alla consapevolezza dell’esistenza di tale “ricompensa” la persona giunge nella maturità o nella vecchiaia o addirittura negli ultimi istanti della sua vita; può accadere, infatti, di riconoscere di essere un “operaio” di Dio, quando, ormai quasi all’ultimo respiro, non è più possibile lavorare per curare la vigna del Signore, lavorare, cioè, per costruire il regno di Dio; ma per Dio ciò che conta è riconoscere questa mancanza, esserne dispiaciuti e chiederne perdono. E il Signore “misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore, … la cui tenerezza si espande su tutte le creature” (salmo responsoriale), sarà felice di avere “guadagnato” ugualmente un suo figlio per l’eternità. Niente è per Dio più importante di questo.
    E l’eternità è, per l’essere umano, un dono gratuito di Dio, non un diritto. Per questo la reazione del padrone della parabola, cioè Dio, è molto dura nei confronti di quegli operai che fanno le loro rimostranze, accusandolo di essere ingiusto nel dare la paga. E’ Dio, nostro Creatore e Salvatore, che ha dei diritti su di noi. E’ Lui che può pretendere il nostro lavoro nella vigna del mondo costituita dall’insieme degli uomini e delle donne da Lui creati e amati, i quali hanno diritto di ricevere da noi l’annuncio e la testimonianza della Buona Notizia dell’amore infinito di questo Dio che vuole donare la sua vita a ogni uomo, a ogni donna, rendendoli suoi figli, e che attende ciascuno alla gioiosa mensa dell’eternità.
    Signore, aiutaci ad avere il tuo cuore, a guardare l’esistenza con i tuoi occhi, ad amare ogni persona come la ami Tu e a cercare di costruire il suo bene come Tu lo vuoi costruire.
    Attraverso il profeta Isaia Tu hai detto al popolo d’Israele “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. Ma poi hai mandato fra noi tuo Figlio. Egli è diventato uomo, uno di noi. In Lui Tu, o Dio, hai accorciato, anzi, hai annullato la distanza fra il cielo e la terra; in Lui ci hai fatto conoscere i tuoi pensieri e i desideri del tuo cuore.
    Allora, non faremo più rimostranze, se tu concederai il perdono e la vita eterna a un tuo figlio che è ritornato a Te nell’ultimo scorcio, o addirittura nell’ultimo istante, della sua vita. Anzi, gioiremo della stessa gioia che, nel momento del perdono, esploderà in Paradiso, perché, come ha detto un giorno tuo Figlio Gesù, “vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione” (Lc 15, 7 ).

17 Settembre 2017 - Liturgia Anno A: XXIV Domenica del Tempo ordinario


LITURGIA DELLA PAROLA E COMMENTO


LITURGIA DELLA PAROLA




Prima Lettura  Sir 27, 30 - 28, 9


Perdona l'offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.
Dal libro del Siràcide

Rancore e ira sono cose orribili,
e il peccatore le porta dentro.
Chi si vendica subirà la vendetta del Signore,
il quale tiene sempre presenti i suoi peccati.
Perdona l’offesa al tuo prossimo
e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.
Un uomo che resta in collera verso un altro uomo,
come può chiedere la guarigione al Signore?
Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile,
come può supplicare per i propri peccati?
Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore,
come può ottenere il perdono di Dio?
Chi espierà per i suoi peccati?
Ricòrdati della fine e smetti di odiare,
della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti.
Ricorda i precetti e non odiare il prossimo,
l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui. 



Salmo Responsoriale  Dal Salmo 102

Il Signore è buono e grande nell'amore.

Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.

Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia.

Non è in lite per sempre,
non rimane adirato in eterno.
Non ci tratta secondo i nostri peccati
e non ci ripaga secondo le nostre colpe.

Perché quanto il cielo è alto sulla terra,
così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono;
quanto dista l’oriente dall’occidente,
così egli allontana da noi le nostre colpe.



Seconda Lettura  Rm 14, 7-9

Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore.
Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.
Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi. 



Vangelo
  Mt 18, 21-35

Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». 



Commento


   In questa domenica ci troviamo di fronte a dei brani della S. Scrittura che, nella loro luminosa semplicità, non hanno bisogno di un ampio commento. L’unica cosa da fare è invocare lo Spirito Santo con i suoi doni di intelligenza e di sapienza del cuore e, nel silenzio interiore più profondo , leggere e rileggere e ancora rileggere, con lo sguardo rivolto a Dio, le tre letture che la liturgia della Parola ci propone, in particolare il brano del Siracide e il brano di Vangelo, così strettamente legati. Se, stando sotto lo sguardo misericordioso di Dio, sapremo, con umiltà e con coraggio, cercare la verità del nostro essere e della nostra vita, magari ci accorgeremo che questi brani, man mano che “entrano” dentro di noi, ci spingono con dolcezza, ma anche con fermezza, verso un cambiamento profondo del nostro modo di vivere il nostro rapporto con Dio e con gli altri, cominciando da coloro che ci sono più vicini e più cari e, via via, allargando il cerchio fino all’umanità che si trova agli estremi confini della Terra.
   E, alla fine di questa nostra lettura-meditazione, magari sentiremo sgorgare dal profondo del nostro spirito una delle preghiere che Dio desidera più sentirsi rivolgere dai suoi figli: “Padre, manda su di me lo Spirito Santo con tutta la sua potenza di Pentecoste, perché formi in me il ‘volto’ di tuo Figlio Gesù, donandomi il suo cuore pieno d’amore , quel cuore che sulla croce, quando già la morte lo stava ghermendo, gli ha fatto chiedere il tuo perdono per coloro che lo stavano uccidendo. E’ lo stesso tuo cuore, Padre, che non ti stanchi mai di perdonare i tuoi figli, poiché il tuo desiderio più grande è che ogni persona che Tu chiami all’esistenza, e per la quale hai preparato un posto accanto a Te per l’eternità, possa occupare eternamente quel posto. A Te basta che un tuo figlio ti manifesti il dispiacere di avere sbagliato e di avere dato, con il suo peccato, un dolore al tuo cuore, e Tu, come il padre della parabola del figliol prodigo, non aspetti nemmeno che quel figlio arrivi sulla soglia di casa; sei Tu che gli corri incontro, che lo abbracci e gli ridai la gioia di sentirsi nuovamente figlio infinitamente amato.

   Tu, Padre, vai anche al di là della risposta che tuo Figlio Gesù ha dato a Pietro, il quale gli aveva chiesto quante volte doveva perdonare al fratello che avesse peccato contro di lui. L’uomo Pietro si era limitato a proporre ‘sette volte’, già tanto per un cuore solo umano. ‘Settanta volte sette’ era stata la risposta di tuo Figlio Gesù, che era andato, quindi, molto oltre; era, la sua, la risposta diretta, sì, a un cuore umano, ma a un cuore umano che, nel battesimo, diventa permeato anche di divinità e, quindi, capace di un amore infinitamente più grande. Probabilmente tuo Figlio Gesù, nel dare quella risposta a Pietro, ha sollevato lo sguardo verso di Te, Padre, e ha sorriso di commozione e di tenerezza, sapendo che il tuo cuore è capace di perdonare non solo ‘settanta volte sette’, ma ‘infinite volte sette’. E, dal profondo del suo essere, Ti ha ringraziato a nome di tutti gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Di questo tuo cuore capace di perdonare ‘sempre’ anch’io, dal profondo del mio essere, insieme a tuo Figlio Gesù, desidero ringraziarti , Padre”.


10 Settembre 2017 - Liturgia Anno A: XXIII Domenica del Tempo ordinario

LITURGIA DELLA PAROLA E COMMENTO


LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura Ez 33, 7-9

Se tu non parli al malvagio, della sua morte domanderò conto a te.
Dal libro del profeta Ezechiele

Mi fu rivolta questa parola del Signore:
«O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia.
Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.
Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato».


Salmo Responsoriale Dal Salmo 94

Ascoltate oggi la voce del Signore.

Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».


Seconda Lettura Rm 13, 8-10

Pienezza della Legge è la carità.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge.
Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».
La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.


+ Vangelo Mt 18, 15-20

Se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello.
Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».


COMMENTO


    “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. E’ in queste parole che, secondo l’apostolo Paolo (seconda lettura), si possono riassumere tutti i comandamenti, poiché “la carità non fa alcun male al prossimo”. Ancor di più, si può dire che la carità non solo “non fa alcun male al prossimo”, ma cerca in ogni modo di fargli del bene.
    Amare è il “debito” più importante, anzi l’unico, secondo Paolo, che abbiamo gli uni verso gli altri. Ed è proprio l’amore vicendevole il filo conduttore che unisce le tre letture di questa domenica.
    Che cosa c’entra, ci si potrebbe chiedere, il tema dell’ammonimento, che troviamo nella prima lettura e nel brano di Vangelo, con il tema dell’amore trattato da Paolo nella seconda lettura? Sembrerebbero due temi non solo molto diversi, ma addirittura contrastanti. Nella nostra mentalità non vediamo il rimprovero collegato all’amore; anzi, nella cultura occidentale moderna, il rimprovero, soprattutto se fatto a un adulto non appartenente alla nostra cerchia familiare, può essere inteso come un’indebita ingerenza nella sua vita privata, come un atto lesivo della sua libertà.
    La libertà: ecco il problema. Essa è diventata quasi un idolo, un qualcosa di intoccabile. Libertà di pensiero, libertà d’azione: un sacrosanto diritto di ogni persona. Ma la libertà può essere totale, senza regole e senza limiti? La libertà ha acquistato sempre di più il carattere di un valore assoluto, non legato ad altri valori che la possano far “camminare” in alvei ben precisi. Questa libertà senza limiti ha divelto dalle radici tanti valori, che costituivano una certezza morale e comportamentale, precisi punti di riferimento per la vita quotidiana. Anche la sfera spirituale ha subito non poco le conseguenze negative di tale concezione della libertà. E, purtroppo, il vuoto lasciato da quelle radici divelte non sempre è stato riempito dalle radici di altri valori, riconosciuti come tali da tutti, o quasi tutti, come era nel passato. Ognuno si è trovato come un albero con le radici al vento e, conseguentemente, in balia di ogni movimento dell’aria. E ognuno ha cominciato a pensare che ci si poteva dare una propria morale personale, sganciata da verità e valori oggettivi. Ma la morale che autonomamente ci si dà è spesso legata soltanto ai propri interessi più immediati e superficiali, ai propri comodi, a una felicità molto effimera, che non riempie il cuore, che non dà né serenità né gioia vera. E’, questo, il relativismo culturale, tipico della nostra società occidentale, tante volte denunciato, anche piuttosto energicamente, dagli ultimi pontefici.
    Piano piano, quasi senza far rumore, il “diritto all’assoluta libertà” ha portato alla convinzione che non bisogna intervenire mai nelle azioni e nei comportamenti degli altri, anche quando è evidente che quelle azioni e quei comportamenti non sono moralmente o civicamente corretti. “Non sono fatti miei” ci si dice solitamente e, per giustificare con una accettabile motivazione dal “tocco” sociale la propria ignavia e la salvaguardia del proprio quieto vivere, aggiungiamo: “Devo rispettare la sua privacy e la sua libertà”. E si lascia correre. E, a furia di lasciar correre nelle famiglie, nella scuola, nelle varie “agenzie educative”, anche nella Chiesa, ora si è giunti a un degrado morale e sociale, che sta facendo levare ormai da ogni parte voci estremamente allarmate. Quale futuro per l’umanità, se non si rimedia a tale situazione di degrado? E quale rimedio può avere la forza di far “risorgere” l’essere umano dalle nebbie morali e spirituali in cui sembra essere sempre più immerso?
    “Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza”; così “parla” Dio al momento della creazione dell’essere umano raccontata nel primo libro della Bibbia (Gen 1, 26).
    “Dio è amore”; così l’apostolo Giovanni definisce Dio nella sua prima lettera, al cap.4, v.16.
    E, se Dio è amore e ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, è l’amore il DNA fondamentale costitutivo dell’essere umano; non, però, l’amore egoistico, che cerca l’altro per sé, per averne un vantaggio o un piacere, ma l’amore vero, quello somigliante all’amore di Dio, che non chiede niente per sé, ma vuole solo il bene della persona amata. E Giovanni, nello stesso versetto, continua: “Chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”. E’ incredibilmente splendida questa unità tra Dio e l’essere umano, quando quest’ultimo vuole amare, assomigliando, così, al suo Creatore, che l’ha fatto a sua immagine e somiglianza.
    Che cosa vuol dire amare? Da sempre si è cercato di dare una definizione dell’amore; l’arte (la letteratura specialmente) è una fucina di definizioni su questa importante realtà umana. Ma per un cristiano l’amore non è una definizione; è una Persona, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che, facendosi uomo e vivendo l’amore di Dio nella concretezza della sua umanità e della sua quotidianità, ci ha mostrato come amare, al punto da poter dire: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). E in quel “come” sono racchiuse la qualità e le modalità dell’amare del cristiano.
    Amare è volere il vero bene dell’altro. E il bene di un essere umano è la sua crescita armonica, la formazione di una sua personalità, è il saper dare alla propria vita un significato profondo, che costituisca la roccia su cui costruire giorno dopo giorno la propria esistenza, è il sapersi relazionare con gli altri in un responsabile dare e avere, per arricchire gli altri con i propri talenti e farsi arricchire dagli altri con i loro talenti. Ciò vale per ogni persona, credente o non credente, di qualsiasi tempo, a qualsiasi popolo e a qualunque cultura appartenga. L’umanità è un’immensa famiglia, i cui componenti interagiscono costantemente, anche se distanti e sconosciuti gli uni agli altri. Come in una normale famiglia ogni componente, anche non volendo, incide, con il suo modo di pensare e di agire, sulla vita degli altri componenti, così dentro l’umanità ogni popolo, in qualche maniera, anche non evidente, incide sulla storia degli altri popoli. Oggi ciò vale ancor più che nel passato, poiché i mezzi di comunicazione sociale hanno reso enormemente più facile il relazionarsi tra gli individui e tra i popoli. Vi è, quindi, nella comunità umana una corresponsabilità molto più forte di quanto si possa immaginare.
    E, se questo essere gli uni responsabili degli altri è una caratteristica della società umana, molto di più lo è nella Chiesa, la famiglia di Dio costituita dai battezzati, che hanno in sé la vita stessa della Trinità. Dentro le “vene” spirituali dei cristiani “circola” la vita di Dio, la cui essenza è l’amore, un amore sempre creativo, che vuole costruire e ricostruire la vita, che vuole, cioè, soltanto il bene.
    E’ l’amore, allora, il rimedio più efficace per far risorgere l’essere umano da ogni situazione interiore negativa. Anche l’uomo più peccatore, anche l’uomo che ha vissuto male quasi tutta la sua vita, sprecandola nella ricerca di soddisfazioni effimere, può “risorgere”, può dare un senso nuovo, pieno alla sua esistenza per il tempo che ancora gli resta da vivere. E magari la consapevolezza dei propri errori è arrivata attraverso un rimprovero amico, un rimprovero fatto con amore e per amore, fatto con robustezza, pur se con delicatezza e nel rispetto della dignità della persona. E’, questo, il modo di rimproverare di Dio. Egli non vuole, con il rimprovero, umiliare la persona, non vuole farla sentire un “verme” da schiacciare e distruggere, caratteristica presente, purtroppo, spesso nel rimprovero che l’essere umano fa al proprio simile, poiché, nel mettere in risalto lo sbaglio dell’altro, ci si sente migliori di lui. Dio, quando rimprovera una persona, lo fa per aiutarla a migliorarsi e a proiettarsi verso orizzonti più elevati e più vasti. Ogni cristiano, nel rimproverare, deve avere nel suo cuore lo stesso amore di Dio e gli stessi suoi obiettivi. Allora, chi sta ricevendo da lui il rimprovero percepirà l’amore che vi sta dietro e coglierà quel rimprovero non come un’umiliazione, ma come un aiuto a camminare più speditamente e con un respiro più profondo e più libero.
    Dio ama infinitamente ogni uomo e ogni donna che Egli chiama all’esistenza e vuole che ognuno capisca che la sua vita è preziosa, che ha un valore immenso, inestimabile e che ciò che egli potrà dare all’umanità con la sua esistenza vissuta nell’amore non potrà mai essere dato da nessun altro. Ogni persona viene in questo mondo per lasciarlo un po’ più bello di come l’ha trovato. Se soltanto gli uomini facessero a gara per raggiungere tale obiettivo! Sarebbe il paradiso in terra! E i cristiani dovrebbero essere in prima linea in questa “gara” a chi ama di più.
    Anche il rimprovero costituisce un elemento importante di tale “gara”. E amare attraverso un rimprovero è molto più difficile, è molto più gratuito che amare attraverso una lode, poiché dalla lode la persona che la riceve si sentirà gratificata e ne gioirà, mentre un richiamo, un rimprovero, un ammonimento quasi sicuramente susciteranno, in chi li riceve, fastidio e, forse, anche risentimento, perché la natura umana è molto suscettibile e non accetta facilmente di essere messa di fronte alle proprie negatività. L’ammonimento, quindi, richiede coraggio. Chi ammonisce sa che la persona rimproverata può reagire male: figli che si ribellano, amici che si allontanano, fedeli che non partecipano più alle celebrazioni liturgiche… Sono rischi connessi a ogni azione educativa; ma non per questo l’azione educativa non deve essere attuata.
    L’educatore (e ogni persona, in un modo o in un altro, ha una funzione educativa all’interno della società) deve essere capace di amore gratuito e di speranza; deve avere dentro di sé l’incrollabile certezza che ogni seme buono gettato in un cuore darà i suoi frutti, non pretendendo di vedere con i suoi occhi i frutti del suo dono; per lui l’unica cosa importante è che i frutti, prima o dopo, maturino nel cuore di chi ha ricevuto quei semi e possano, a loro volta, far cadere dal loro interno altri semi nel cuore del mondo.

03 Settembre 2017 - Liturgia Anno A: XXII Domenica del Tempo ordinario

LITURGIA DELLA PAROLA E COMMENTO


LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura Ger 20, 7-9

La parola del Signore è diventata per me causa di vergogna.
Dal libro del profeta Geremia

Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre;
mi hai fatto violenza e hai prevalso.
Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno;
ognuno si beffa di me.
Quando parlo, devo gridare,
devo urlare: «Violenza! Oppressione!».
Così la parola del Signore è diventata per me
causa di vergogna e di scherno tutto il giorno.
Mi dicevo: «Non penserò più a lui,
non parlerò più nel suo nome!».
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente,
trattenuto nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo,
ma non potevo.


Salmo Responsoriale Dal Salmo 62

Ha sete di te, Signore, l’anima mia.

O Dio, tu sei il mio Dio,
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua.
Così nel santuario ti ho contemplato,
guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita,
le mie labbra canteranno la tua lode.
Così ti benedirò per tutta la vita:
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori,
con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.
Quando penso a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
A te si stringe l’anima mia:
la tua destra mi sostiene.
Seconda Lettura Rm 12, 1-2
Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.
Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.


Vangelo Mt 16, 21-27

Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso.
Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».


COMMENTO


    Un profeta che, in nome di Dio, deve annunciare, suo malgrado, rovina e lutti per il popolo d’Israele e che, per questo, dovrà affrontare gli attacchi e le persecuzioni di chi, invece, avrebbe voluto udire parole rassicuranti. La sofferenza e l’infelicità raggiungeranno nella vita di Geremia limiti addirittura insopportabili; ed ecco l’esplosione di quel grido (prima lettura), che è, contemporaneamente, un urlo di dolore e di ribellione e una splendida, appassionata dichiarazione d’amore per questo Signore, la cui parola è diventata, per lui, “causa di vergogna e di scherno tutto il giorno”, ma che, pure, egli non può fare a meno di annunciare, perché nel suo cuore c‘è “come un fuoco ardente, trattenuto nelle sue ossa”. Geremia vorrebbe “tacitare” quel fuoco, ma non vi riesce; quel fuoco è la forza, quasi “violenta”, dell’amore di Dio, che lo ha “sedotto” e da cui egli si è lasciato “sedurre”.
    Il fuoco che brucia in ogni fibra di Geremia è lo stesso che fa dire all’autore del salmo responsoriale: “O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco; ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua”. E’ lo stesso fuoco che bruciava nel cuore dei primi cristiani e che li rendeva capaci di affrontare persecuzioni, torture e, spesso, anche la morte, per rimanere fedeli al loro Signore. E’ il fuoco che dovrebbe infiammare il cuore di ogni cristiano, mettendogli dentro il desiderio di far conoscere a ogni persona l’infinito, tenero e appassionato amore di Dio. E’ il fuoco che ci fa capire profondamente il significato delle parole di Gesù riportate da Matteo nel vangelo odierno: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Sono, tra le parole dette da Cristo, forse le più conosciute, ma anche, forse, le più travisate; il che accade facilmente, quando una frase viene estrapolata dal discorso nel quale è inserita e dalla situazione in cui è stata pronunciata.
    Gesù ha appena annunciato ai suoi discepoli che deve “andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi e venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. Tale drammatico annuncio suscita immediatamente sbigottimento, paura e angoscia nei discepoli. Di tali sentimenti si fa portavoce Pietro, che praticamente dice a Gesù che non può permettere che ciò accada. Non è, Gesù, il Figlio di Dio? Questa verità non è stata forse proclamata poco prima proprio da lui, a cui il Padre stesso l’ha rivelato per mezzo dello Spirito Santo? Quale gioia, quale entusiasmo doveva aver fatto “scoppiare” nel cuore degli apostoli tale rivelazione! Avere, ormai, la certezza di essere discepoli del Messia, del Figlio di Dio! Quale onore e, forse, quale senso di potere! E ora… quell’annuncio, che raggela entusiasmi, speranze e, forse, sogni di gloria. Probabilmente nel tono di Pietro Gesù ha avvertito, oltre a paura e preoccupazione, anche delusione e, forse, un rimprovero nemmeno molto velato. Allora ha una vera e propria esplosione di indignazione. Probabilmente anche Lui è rimasto deluso dalla reazione dei suoi apostoli. E’ mai possibile che non riescano ancora a capire, che non riescano ancora a fidarsi totalmente di Lui? “Satana” è il tremendo appellativo con cui Gesù si rivolge a Pietro. E continua il rimprovero accusando il povero Pietro (fattosi probabilmente piccino piccino) di essergli di scandalo, cioè d’impedimento a compiere la volontà del Padre. Quali sentimenti dovevano esserci in quel momento nel cuore di Gesù! Egli era Dio, ma era anche uomo e la sua umanità certamente lottava contro la paura e l’angoscia, che aumentavano d’intensità man mano che l’ora della sofferenza e della morte si faceva più vicina. Quel suo cuore umano tremava al pensiero di ciò che avrebbe dovuto affrontare. E ora ci si metteva anche Pietro a dire “No!”, presentandosi come una subdola, pericolosa tentazione. La volontà del Padre doveva necessariamente compiersi; una volontà d’amore per gli uomini, ma che richiedeva al Figlio una sofferenza immane e l’annichilimento totale.
    Gesù comprende perfettamente le preoccupazioni di Pietro e degli altri apostoli. Se Egli, il Figlio di Dio, deve affrontare ciò che ha annunciato, che cosa potrà accadere di coloro che lo hanno seguito? Non rischiano, forse, di fare la stessa fine, se vogliono essergli fedeli fino in fondo? Ed ecco quel “Se qualcuno vuol venire dietro di me…”. Ma Gesù fa tale discorso non soltanto agli apostoli. L’evangelista Marco, narrando lo stesso episodio, scrive: “Gesù, convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: ‘Se qualcuno vuol venire dietro a me,…’ ” (Mc 8, 34). Gesù vuole, quindi, parlare a tutti; si rivolge a ogni persona di ogni luogo, di ogni tempo.
    Marco riporta, nella sua narrazione, anche un altro elemento, omesso da Matteo. Gesù, dopo aver detto che lo stesso salvaguardare la propria vita non è importante quanto salvare la propria anima per l’eternità, aggiunge: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi” (Mc 8, 38).
    Se qualcuno ci chiedesse: “Tu ti vergogni di Cristo?”, la nostra reazione sarebbe, quasi certamente, piuttosto irritata; ci sentiremmo profondamente offesi da una domanda, che chiaramente rivela un mettere in dubbio la nostra fede in Cristo. Ma se, con verità, ci guardassimo dentro e ci chiedessimo se nella nostra vita di ogni giorno parliamo di Gesù, se, nel valutare persone, situazioni e cose, abbiamo come parametro esclusivamente il Vangelo, cioè la vita e il pensiero di Gesù, e se nelle conversazioni che possono occasionalmente aprirsi su problematiche più o meno importanti nel posto di lavoro, al supermercato, in discoteca, in spiaggia, in montagna,… esprimiamo senza timore le nostre idee e i nostri punti di vista di cristiani, che sono le idee e i punti di vista di Gesù, forse ci accorgeremmo, magari con doloroso stupore, che la nostra risposta dovrebbe essere un triste “No!”. Forse scopriremmo che non solo conosciamo poco, o addirittura affatto, quel Gesù in cui diciamo di credere, ma che anche ci vergogniamo di Lui, nel senso che con gli altri preferiamo evitare di fare il suo nome, di parlare di Lui e del suo Vangelo, di dare spiegazioni citando le sue parole, i suoi gesti, le sue scelte, perche temiamo la reazione dei nostri interlocutori, perché, soprattutto, ne temiamo la derisione, come se credere in Gesù fosse segno di scarsa intelligenza e di scarso senso della modernità. La fede? Cosa di creduloni! Cosa di altri tempi! L’immaginare i sorrisini di compassione alle nostre spalle ci fa letteralmente tremare. E allora…, mentre gli altri esprimono, a volte anche con aggressività e presunzione, le loro idee, noi cristiani ce ne stiamo in silenzio e, magari, ci dileguiamo. Di fatto, ci stiamo vergognando di Cristo! Il giudizio degli altri su di noi ha avuto più forza della nostra fede in Lui!
    Lo stesso Pietro, che, poco prima che Gesù fosse catturato nell’orto del Getsemani, aveva detto con presuntuosa sicurezza: “Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò” (Mt 26, 35), quella stessa notte, quando si vedrà additato dalla serva del sommo sacerdote e si sentirà dire: “Anche tu eri con Gesù, il Galileo!”, rinnegherà disperatamente il suo Signore (Mt 26, 69–76 ).
    E’ la fragilità umana, con cui tutti, in ogni istante, dobbiamo fare i conti e che è sempre lì, in agguato, pronta a farci dire o fare cose, di cui, magari, poi, nel silenzio e nella verità della nostra coscienza, ci pentiremo amaramente.
    Possiamo capire, allora, il perché di quella frase di Gesù, che, se non ben compresa, può farci avere di Lui l’idea di un Dio che richiede dai suoi discepoli fatica e sofferenza, un Dio che, addirittura, pone la croce come condizione necessaria per seguirlo. Chi può amare un tale Dio?
    Allora… che cosa veramente Gesù intendeva dire con quel “rinnegare se stessi” e “prendere la propria croce”? Certamente non intendeva affermare che, per seguire Lui, si deve rinnegare la propria umanità, la propria natura umana, come, purtroppo, spesso si intende e che anche una certa spiritualità nella Chiesa, soprattutto nel passato, affermava, insistendo quasi ossessivamente sulla necessità di una continua mortificazione di se stessi e, particolarmente, del proprio corpo, considerato l’elemento debole e, quindi, negativo dell’essere umano, in contrapposizione allo spirito.
    Il contesto in cui Gesù dice quelle frasi ci fa comprendere il senso che Egli voleva dare alle sue parole. Per Gesù “rinnegare se stessi” vuol dire rinnegare il proprio “io” egoisticamente e orgogliosamente inteso, che induce a far coincidere la propria realizzazione personale con la stima e la lode della società in cui si vive. Ciò che gli altri pensano di noi diventa, allora, fondamentale, addirittura determinante, per la nostra felicità. Si cerca, quindi, di adeguare il nostro modo di pensare e di agire, cioè la nostra vita, a ciò che noi riteniamo possa suscitare negli altri consenso e stima nei nostri riguardi, evitando accuratamente di dire e fare tutto ciò che possa diventare motivo di attrito o, addirittura, di forte scontro con gli altri, dei quali, così, rischieremmo di perdere consenso e stima.
    Gesù vuole mettere in guardia i suoi discepoli proprio da questo tipo di mentalità, tipicamente umana. Chi, infatti, non tende a ricercare il consenso e l’approvazione degli altri? E’, questo, un elemento psicologicamente addirittura necessario, perché l’individuo possa acquistare autostima e sicurezza a livello di personalità. Ma Gesù dice ai credenti in Lui: “Non fate diventare il consenso e la lode degli altri talmente importanti per voi, da arrivare a impedirvi di essere nella società testimoni coraggiosi e fedeli di Me e del mio Vangelo. Io sono il vostro Salvatore e Signore. Io sono il vostro Dio. Io sono l’unico senso della vostra vita, l’unico punto di riferimento, a cui in ogni istante dovete guardare nella vostra esistenza. Io sono Colui a cui i vostri pensieri, i vostri sentimenti, i vostri progetti, le vostre scelte devono essere profondamente legati. Io sono la vostra vera, unica gioia esistenziale”.
    E’ questo il concetto che, pur con parole diverse, vuole esprimere l’apostolo Paolo nella seconda lettura. Anche lui parla di “sacrificio”. Scrive, infatti: “ Fratelli, vi esorto… a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”. Noi associamo automaticamente la parola “sacrificio” a rinunce, privazioni, fatiche, affrontate, magari, per raggiungere un determinato scopo. Ben altro, e molto, molto più profondo è il significato che dà Paolo a tale parola. Egli usa questo vocabolo nel suo significato originario, che possiamo comprendere dalla sua etimologia. In latino, la parola è “sacrificium”, derivato dalle parole “sacrum”, sacro, e “facere”, fare. “Sacrificium”, quindi, significa “fare, rendere sacro” qualcosa; e, poiché la parola “sacro” vuol dire “appartenente alla divinità”, allora diventa chiaro il significato con cui Paolo sta usando questo vocabolo nella sua lettera ai Romani. Parafrasando nel nostro linguaggio quotidiano la sua frase, potremmo sentire Paolo dire così: “Fratelli, vi esorto… a rendere la vostra vita sacra, cioè appartenente a Dio; vi esorto a mettere la vostra vita al servizio del suo Regno d’amore, a cercare di avere gli stessi suoi pensieri, gli stessi suoi sentimenti, a guardare tutto e tutti con i suoi stessi occhi di misericordia, ad amare con il suo stesso cuore”. Essere “sacrificio gradito a Dio” vuol dire, allora, essere permeati di Lui, della sua vita divina, che è stata immessa in noi quando siamo stati battezzati. Ecco, allora, che io, vivendo dentro di me la vita stessa di Dio, rendo la mia vita sacra, una realtà che, nell’appartenenza a Dio, trova la sua piena realizzazione.
    Essere “sacrificio gradito a Dio”. Non c‘è alcuna sofferenza in questo; c‘è solo la gioia di aver dato alla mia esistenza umana il sigillo della divinità e dell’eternità. Per questo il Figlio di Dio si è fatto uomo, è morto ed è risorto, E’ questa sacralità della mia esistenza il dono più grande che mi è stato conquistato da Gesù con il suo sacrificio. La mia vita diventa, così, davanti al mondo, trasparenza di Dio.
    Ma il mondo come reagirà a questa mia sacralità vissuta in mezzo a esso? Probabilmente non capirà. Troppo diversi sono i suoi parametri di giudizio, i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, le sue scelte. Potere, ricchezza, successo, piacere: non sono questi, forse, i “sogni” più presenti nel cuore dell’essere umano? Per questo Gesù, durante l’ultima cena, pregando il Padre per tutti coloro che avrebbero creduto in Lui, ha detto: “Padre, … essi sono nel mondo. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (Gv 17, 11.14).
Il cristiano vive nel mondo, ma non è del mondo. Egli vive dentro la società e sembra condurre la propria vita come tutti gli altri (si forma una famiglia, lavora, ha i suoi svaghi, vive la sua realtà di cittadino,…), ma il suo modo di pensare, il suo metro valutativo, il suo modo di vivere la propria quotidianità lo distinguono (o, almeno, lo dovrebbero far distinguere) dal “mondo”, inteso come quella parte di umanità (la quale può essere costituita anche dai propri familiari) che, non credendo in Cristo, ha parametri esistenziali molto diversi, o addirittura opposti, rispetto a quelli del cristiano. E questa diversità, anche quando ci siano affetto, stima e rispetto per l’altro, porta inevitabilmente a discussioni, a scontri, con la conseguenza, spesso, di divisioni, di lacerazioni, che sono tanto più dolorose quanto più care sono le persone con cui ci si trova in disaccordo. Ci può essere croce più grande del non sentirsi compresi e, a volte, nemmeno ascoltati dalle persone che più amiamo?
    E’ evidente, allora, che vivere, nella propria vita quotidiana, come “sacrificio santo e gradito a Dio” non è facile. E non soltanto a causa degli altri. Noi stessi possiamo essere un ostacolo alla sacralità della nostra vita. La natura umana è debole; il peccato originale le ha messo dentro, come un DNA costitutivo, delle caratteristiche negative. E, anche se il Figlio di Dio si è fatto uomo per sconfiggere il male che c‘è nell’essere umano, tuttavia questi, nella sua libertà, deve continuamente fare i conti con le negatività presenti dentro di lui e deve tentare di vincerle, per ritrovare la sua identità di creatura “a immagine e somiglianza di Dio”. Ecco perché S. Paolo, continuando la sua lettera, esorta a non conformarsi alla mentalità del mondo, ma ad attuare nella propria persona un cambiamento, rinnovando il proprio modo di pensare, per poter ben comprendere ciò che Dio vuole, ciò che è buono ai suoi occhi e, quindi, a Lui gradito. Questo “rinnovare la mente” è la cosiddetta “conversione”. Con tale parola si intende solitamente indicare il passaggio da una religione a un’altra. E’ questo, infatti, il significato primario. Ma per un cristiano la “conversione” è quel costante cammino verso Dio, quel costante desiderio e quella continua tensione a diventare sempre più simile a Gesù. Convertirsi è, per il cristiano, un’esigenza profonda, perché per un discepolo di Gesù (e ogni cristiano è un suo discepolo) è costitutivo assomigliare in ogni fibra e in ogni respiro al suo Signore. In questo “lavoro” interiore il cristiano non è solo; anzi, il lavoro più intenso e più profondo è fatto dallo Spirito Santo, che, con tutta la sua potenza divina, attua in ogni uomo, in ogni donna diventati, per mezzo del battesimo, figli di Dio una costante, progressiva trasformazione, per farli assomigliare sempre di più a Gesù.
    Allora, per il cristiano non è impossibile, anzi non è, poi, nemmeno così difficile comprendere la volontà di Dio, capire che cosa è buono, gradito e perfetto ai suoi occhi. Gesù, il Figlio di Dio e Dio Egli stesso, è la Strada maestra, è la Luce che ci fa camminare, attraverso l’imitazione di Lui, secondo la volontà del Padre, una volontà che è di bene e di gioia per ogni persona che Egli chiama all’esistenza.
    “Rinnegare me stesso”? Certo, ma per ritrovare il mio autentico volto di essere umano intriso di divinità.
    “Prendere la mia croce “? Certo, ma per essere fino in fondo me stesso, senza ipocrisie e senza compromessi, in una costante coerenza con il senso unico della mia vita, con la mia realtà di figlio di Dio, nella fedeltà a questo Dio, dal quale mi sento infinitamente, teneramente e appassionatamente amato.
    E in Lui, solo in Lui, io trovo la pace più profonda e la mia vera gioia di esistere.